Recensione Gazzetta di Parma di Valeria Ottolenghi, Parma 2011

Recensione Eolo di Cira Santoro (tratta dal sito www.eolo-ragazzi.it)
IL TEATRO DI FIGURA AL MAGGIO
Molto nutrita la presenza del teatro di figura al Maggio all'Infanzia 2011, segno forse di un rinato interesse per questo linguaggio che ha messo al centro del Festival l'artigianato teatrale, il saper costruire e dare anima a pezzi di legno e oggetti quotidiani, a pupazzi e sagome fino alla più ostica plastica da riciclo, difficilissima da trattare e da trasformare in oggetto poetico. Questi i materiali visti e utilizzati dalle compagnie, con delle punte di perfezione da far pensare che nessuna "nuova tecnologia" potrà mai sostituire la poesia della materia che si anima nelle mani di un burattinaio.
Lo spettacolo di teatro di figura più apprezzato del Festival è sicuramente stato Secondo Pinocchio della Compagnia Burambò, che ha presentato un burattino così credibile e ricco di sfumature da sembrare vivo. Secondo Pinocchio è uno spettacolo raffinatissimo, tutto costruito sul doppio: se da una parte il rapporto tra burattinaio e burattino è non solo svelato ma anche rivelato come relazione tra creatore e creatura, dall'altra il burattino si guarda da fuori, si commenta, si narra e mette a disposizione tutte le sue doti istrioniche per autoassolversi, per raccontare i suoi incubi e le sue visioni, per reclamare attenzione ed empatia col pubblico. E lo fa con la furbizia di cui solo lui è capace, come quando prova la scena in cui è costretto a fare il cane legato alla catena.
I suoi creatori Daria Paoletta e Raffaele Scarimbolo quella scena l'hanno tagliata, ma lui sa che quello è uno dei momenti più strazianti della sua storia che gli permetterà di conquistare fino in fondo gli spettatori già inteneriti dalla sua innocenza birichina. Gli episodi del libro sono narrati con leggerezza e con trovate che solo la testa di un burattino potrebbe immaginare, come gli scarponi con gli occhi: con i gambetti abbassati sembrano tanti somarelli tutti uguali. Bellissimo il finale. Il burattino sparisce e il bambino Pinocchio è tra i piccoli spettatori. Chi di loro sarà? Il burattinaio/mangiafuoco conosce bene il particolare battito del cuore di quel bambino, molto vicino al rumore di una sega che taglia il legno. Ecco … forse laggiù in platea sentirà quel battito e Pinocchio, incorreggibile burattino – bambino sempre in fuga, tornerà nella baracca, la sua vera casa.
Sempre di Burambò, questa volta in coproduzione con La luna nel pozzo, va segnalato L'Isola, ispirato alla Great Pacific Garbage Patch, l'isola di plastica che si è formata nel Pacifico a causa delle correnti vorticose che raccolgono in un unico punto la spazzatura galleggiante. C'è ancora molto mistero intorno a quest'isola che pare sia grande come la penisola iberica, e lo spettacolo di Daria Paoletta e Pia Wachter con le musiche dal vivo del bravissimo Mirko Lodedo, ovviamente suonate su inventivi strumenti di plastica, parte proprio da quel mistero. C'è una vita su quell'isola? E se c'è che forme avrà? Di bottiglie per l'acqua o di tappetini per il bagno? Di sacchi neri per la spazzatura o di bidoni? E com'è la musica suonata sulla plastica? Può avere le stesse armonie della musica suonata con strumenti tradizionali? E' raro che questi materiali riescano a trasformarsi in scena, raro che riescano ad animarsi, eppure è tutta qui la magia di questo spettacolo che forse non avrebbe bisogno di parole né dell'unico grande foglio di plastica verde che serve da fondale e che rimane fisso e terribile nella sua "plasticosità" . Il gabbiano costruito con grande un foglio di plastica da imbiancatura che cerca di capire cos'è quel disco di legno che ha trovato tra la spazzatura, racconta moltissimo e lascia immaginare un futuro in cui anche gli animali, mangiando la plastica disciolta nel mare, saranno più simili ad esseri mutanti destinati a vagare in un mondo sempre più artificiale.
Recensione Sala Umberto di Bruna Monaco, Roma 2011
I burattini con l'anima dei Burambò
Bruna Monaco, 05 dicembre 2011, 10:21
Al Teatro Sala Umberto di Roma, "Secondo Pinocchio" l'ultima creazione della compagnia foggiana di teatro di figura Burambò. Uno spettacolo sottile e affascinante, in grado di tenere alta l'attenzione non solo dei bambini.
Chi non conosce la storia di Pinocchio scagli la prima pietra, potrebbe dire un Messia che volesse star sicuro dell'ordine delle sue pietre. Tutti hanno letto il libro di Collodi e, a chi non avesse dimestichezza con la lettura, ci ha pensato Walt Disney. Il bambino di legno ha attraversato tutto il mondo.
Questo di Daria Paoletta e Raffaele Scarimboli della compagnia Burambò è un Pinocchio diverso. Sicuramente non è quello di Walt Disney (come precisano loro stessi prima di cominciare), ma non è neppure una riproduzione pedissequa di Collodi. La vicenda dello scrittore fiorentino è decostruita, vediamo al contempo la storia e lo sguardo sulla storia. E lo sguardo è quello di Pinocchio. In che modo un personaggio, se potesse, racconterebbe la propria storia? Cosa ometterebbe, che ordine seguirebbe? Queste le domande a cui i Burambò, attraverso questo riuscitissimo "Secondo Pinocchio", cercano di rispondere. "Secondo Pinocchio" inizia, il nostro protagonista di legno è a quattro zampe (è un burattino intero, ha anche le gambe). Ha un laccio intorno al collo, abbaia al cielo, il suo verso è disperato. "Pinocchio, cosa fai?". "Sto facendo la scena in cui il contadino mi lega al palo e mi dice di fare il cane". "Ma Pinocchio, questa scena non c'è più, l'abbiamo tolta, avevi detto che non volevi farla...". E via una discussione su come impostare la
messa in scena, come raccontare la storia, come dare ordine alla ressa dei ricordi: se del tuo passato non fai racconto, un racconto che tu possa guardare e ascoltare come uno spettatore, è difficile trarne il senso. Ma si tratta di una discussione intima, non di una diatriba intellettuale: il Pinocchio dei Burambò sembra il figlio di una famigliola felice.
I confini del baldacchino disegnano la cornice di un grazioso quadro di famiglia, mamma (Daria Paoletta, attrice e manipolatrice) e papà (Raffaele Scarimboli, creatore degli splendidi pupazzi e burattini, oltre che attore e manipolatore) che giocano a mettere in scena la vita della loro esuberante creatura. Pinocchio decide di iniziare a raccontare la sua storia dall'inizio, per bene: allora ecco apparire un ciocco di legno, un manto di neve, Geppetto. E mentre la sua storia fa i primi passi, Pinocchio, che ha ottenuto il permesso di stare a guardare, è seduto in cima al baldacchino, ciondola le gambe e si diverte come un matto. Vede il proprio alter ego in scena. Vede la sua vita, per come lui la ricorda e la interpreta, farsi teatro grazie all'aiuto dei suoi stessi manipolatori.
Come un bambino vero Pinocchio piange e ride, vibra, come scosso da un fremito autentico. A tutti, grandi e bambini, viene voglia di consolarlo, abbracciarlo, coccolarlo. Quasi ci dimentichiamo che dietro di lui c'è la bravissima Daria Paoletta. Ce ne ricordiamo solo quando si apre la tenda, e la manipolatrice/attrice viene fuori col viso arrabbiato, a sgridarlo per qualche sua monelleria. E mentre ridiamo di cuore, capiamo che in teatro un burattino può sembrare, e quindi essere, un bambino più vero del vero.
A fine spettacolo, Pinocchio non si trova più. Daria Paoletta e Raffaele Scarimboli temono che sia diventato un bambino vero, e che sia scappato. Non se ne fanno una ragione, lo cercano fra i bambini del pubblico: vogliono convincerlo a tornare burattino. Perché diventare un bambino come tanti, quando può restare Pinocchio? Nel libro di Collodi, nonostante la sua carica disturbante, alla fine emerge la morale che vede nella normalità un valore: per il suo Pinocchio diventare un bambino come tutti gli altri è una conquista. Ma
oggi, davanti a tanta uniformità culturale, essere eccezionali, diversi, è meglio che essere normali, omologati. Rispettando le forme esterne della narrazione, i Burambò ribaltano il senso stesso della fiaba, cioè che essere bambini sia meglio che essere un burattino. E del resto, perché mai dei teatranti dovrebbero considerare il burattino un essere inferiore e non invece il migliore dei possibili compagni di lavoro? Non è un caso che, nella versione dei Burambò come nella vicenda collodiana, la trasformazione in bambino, e dunque l'irruzione della normalità della vita, segna la fine della storia.
"Secondo Pinocchio" è uno spettacolo intelligente e caldo. Per questo è in grado di emozionare il pubblico infantile ed appassionare gli adulti. Lo svelamento del trucco che sta tanto a cuore alle nuove realtà europee di teatro di figura, qui è alla base del rapporto fra i personaggi, è l'ossatura stessa dello spettacolo. Ed è proprio rinunciando alla magia del trucco che "Secondo Pinocchio" si apre a un pubblico adulto. Pubblico a cui i Burambò mirano già da un po' stando ad una delle loro recenti creazioni, l'"Alcesti", creato espressamente per adolescenti e adulti. La qualità del lavoro di Daria Paoletta e Raffaele Scarimboli è indiscutibilmente alta, su tutti i piani, dalla drammaturgia, alla recitazione e manipolazione delle figure, alla regia. Ma, forse, la lezione più importante di "Secondo Pinocchio" è che per farle sembrare vere, bisogna volere bene alle proprie creature, siano esse burattini, marionette, personaggi.
Recensione Maggio all'infanzia di Nicola Viesti, Bari 2011